ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL 15 OTTOBRE

La giornata del 15 ottobre è destinata – volente o nolente – a rimanere impressa nella memoria collettiva. Diventa pertanto necessaria una riflessione, evidenziando le criticità emerse durante e dopo la manifestazione, evitando per quanto possibile di scadere in una poco significativa cronaca degli eventi.

Innanzitutto bisogna sfatare un mito: gli indignados in Italia non esistono. Non esiste alcun movimento nuovo con nuovi attori: sono sempre gli stessi personaggi presenti sulla piazza da almeno una quindicina di anni che si riciclano attraverso sigle diverse. Questo ha influito enormemente sull’impostazione data al corteo, un’impostazione fortemente rinunciataria che ha portato, tra le altre cose, alla scelta di un percorso periferico che – unica eccezione in Europa e non solo – non andasse a toccare i palazzi del potere, ma si limitasse ad una semplice sfilata con comizio finale. Inoltre la manifestazione è stata chiamata con un appello estremamente generico che ha contribuito alla grande eterogeneità del corteo, tanto che nei fatti si sono avuti un gran numero di spezzoni a sé stanti, ognuno contraddistinto da pratiche proprie e propri obiettivi: era prevista almeno una deviazione verso Montecitorio, cosa che non è stata possibile.

Il secondo mito da sfatare è la teoria “cospirazionista” che vuole vedere gli scontri di piazza San Giovanni come un tentativo di egemonizzazione della piazza volto ad impedire il comizio finale. Ebbene, se gli scontri si sono verificati lì e non altrove questo si deve solo ed esclusivamente al fatto che le Forze dell’ordine hanno caricato in quel punto e non altrove. Una carica non di alleggerimento, ma una vera e propria aggressione al corpo del corteo effettuata con furia omicida. Ai blindati lanciati a folle velocità contro i manifestanti – alcuni dei quali travolti – e ai CS – arma chimica bandita dalla Convenzione di Ginevra – migliaia di persone hanno risposto decidendo di resistere per riprendersi la piazza e per permettere al resto delle persone di defluire. Resistenza portata avanti anche e soprattutto da quei ragazzi coi caschi e le maschere antigas, che ora ci vengono riproposti in loop come stereotipo del manifestante “cattivo” contrapposto a quello “buono” che avanza a mani alzate e volto scoperto. Rigettiamo con forza questa divisione, sottolineando il fatto che se un individuo viene a manifestare con un casco non lo fa per forza con l’intento di scontrarsi, ma con quello di difendersi da eventuali e possibilissime cariche della celere, memore delle lezioni apprese il 14 dicembre o nella tanto demonizzata val di Susa.

Allo stesso modo stigmatizziamo e condanniamo nel modo più assoluto le dichiarazioni di quei personaggi che, puntando il dito contro questa o quella realtà, minacciano una vera e propria “resa dei conti” interna al movimento. Un atteggiamento preoccupante, frutto di una mentalità fascista, volto ad eliminare qualsiasi divergenza a livello di pratiche e di fine ultimo, per assicurare la propria egemonia sul movimento o garantire le proprie candidature alle prossime elezioni. Allo stesso modo condanniamo l’invito alla delazione di massa, le liste di proscrizione, i volti sbattuti in prima pagina in pasto alla folla assetata di giustizialismo, la criminalizzazioni di intere realtà o lotte.

E’ anche per questo che non crediamo nelle alternative di buon governo che sono destinate a riproporre schemi già visti e ad applicare docilmente i diktat della BCE, come è accaduto e accade tuttora in Grecia. Siamo piuttosto per portare avanti una critica al sistema capitalista, causa di questa crisi, e di questa società che è sua diretta emanazione. Per farlo riteniamo necessaria una mobilitazione costante e continua, autorganizzata dal basso e libera da imposizioni dettate da qualsivoglia ceto politico.

Infine esprimiamo la nostra massima solidarietà a tutt* i/le fermat*, arrestat*, perquisit* ed a tutte quelle realtà demonizzate dalla propaganda di Stato.

Collettivo Aula R

 

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